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Curated by Girls – Le facce e i corpi del femminismo in mostra a Berlino.

Una delle cose che si imparano frequentando, con più o meno costanza, le diverse frange del movimento femminista, è che ogni essere umano con una coscienza sociale sceglie le proprie battaglie.

La mostra “A Story The World Needs To See”, organizzata dal collettivo Curated by Girls all’interno della settimana del cinema femminista a Berlino, ne è un esempio lampante.

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La sensazione che si prova entrando all’Arena Rollberg è un insieme di emozioni molto specifico e riconoscibile.

Sicuramente esiste una parola tedesca per descriverlo, ma in italiano dobbiamo accontentarci di identificarlo come un senso di infinita possibilità, quella vaga meraviglia che ti assale quando entri in un grande spazio industriale riconvertito per ospitare l’arte.

Non produzione, ma intuizione, non efficienza, ma creatività caotica.

La sala, in questa occasione, ha lo scopo primario di ospitare le proiezioni del festival, così che la mostra è allestita a ridosso dello spazio principale, su due pareti che hanno l’arduo compito di fare da sfondo neutro a un’intera galleria di espressioni diverse dello stesso movimento.

L’effetto è quello di un leggero sovraccarico, con opere estremamente diverse fra loro che si contendono l’attenzione dello spettatore in modo quasi violento.

Superato l’iniziale disorientamento, si può riconoscere in questa impostazione una perfetta metafora dell’attuale scena femminista: istanze diverse, spesso in conflitto fra loro, che propongono priorità diverse, modelli estetici contrastanti e universi simbolici completamente separati.

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“A Story the world needs to see” raccoglie le opere di 27 artiste, che indagano diversi aspetti dell’universo femminile e femminista, esplorando le molteplici declinazioni dei concetti di genere e sessualità nei più svariati ambiti. Si va dallo scatto delicato e introspettivo di Rosaline Shahnavaz all’immaginario angoscioso di Joanna Szproch.

La domanda che rimbalza da un’opera all’altra è: che cos’è il femminismo? Perché ci riguarda? Quali identità attraversa? È una questione di genere? E in questo caso, che cos’è il genere?

È un’insieme di costrutti sociali imposti, come nell’ironico “Self Portrait in Bed” di Annique Delphine, che si rappresenta con un gigantesco seno al posto della testa? O è la rivendicazione della più basilare anatomia, come nel minimale “Iman” di Margherita Loba?

La vera liberazione consiste nel rivendicare la propria bellezza al di fuori dei canoni mainstream, come nella celebrazione di una sensualità florida e sfacciata di “Angel in the Underworld” di Scarlet Carlos Clarke? Oppure nel respingere definitivamente il bisogno di sentire riconosciuta la bellezza come elemento centrale del proprio valore umano?
Che cosa accade, infine, ai nostri schemi culturali, quando ci troviamo all’intersezione fra identità di genere ed etnia, come nel semplice e potente “Flushed” di Svenja Triersched?
Questa è un’opera sulla quale ci si ferma a riflettere più di quanto non si immagini a un primo sguardo.
Il soggetto della foto è una ragazza attraente secondo tutti i parametri convenzionali della nostra società, ritratta in modo semplice, in una posa e in un contesto che non sembrano tradire una particolare vocazione rivoluzionaria, eppure il titolo ci spinge a considerare un fatto molto semplice. Il concetto di “arrossire”, che nel nostro immaginario si lega a un universo di significati emotivi, è un concetto che si applica, nella sua accezione comune, esclusivamente alla pelle bianca. La donna di colore nella foto è immersa in una luce rossa, in un ambiente interamente rosso, ma il colore, così come il concetto, viene da fuori e si colloca sopra la sua pelle, senza farne parte. Se l’artista abbia inteso rivestire di questi significati l’opera, ovviamente, è un discorso assai diverso, che ha a che fare con il rapporto fra arte e interpretazione.

A proposito di interpretazione: non fatevi illusioni sull’imparzialità di questa recensione – né di altre. L’imparzialità non esiste, è filtrata dall’esperienza e dalla complessità delle influenze individuali. Ed è per questo motivo e con questa premessa che passo a parlarvi del nome che si stacca da tutti gli altri nel contesto della mostra: Maria Torres.

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Chiunque abbia familiarità con le opere dei maestri giapponesi del bizzarro e del disturbante, come Takato Yamamoto e (soprattutto) Toshio Saeki, sarà immediatamente attratto dalle due opere appartenenti alla serie Blood e presenti all’interno della mostra: “Push!” e “Moon Centers”.

Maria Torres è un’artista eclettica, capace di immagazzinare e rielaborare una pluralità di stili e gestire molteplici tecniche. In queste due opere si rintracciano alcuni elementi stilistici e compositivi dei due artisti sopra citati, rielaborati però in un universo etico ed estetico assolutamente personale.

Tanto per cominciare, le donne della serie Blood non sono le vittime sacrificali dei bizzarri riti sessuali di Saeki: sono portatrici di forze naturali primordiali, che travolgono l’ordine sociale, sopraffanno l’universo maschile e si schiantano contro convenzioni e tradizioni radicate nelle nostre società, ma incapaci di contenere il potere prorompente del femminino.

“Push!” è una riflessione spietata e coraggiosa sull’aborto, sulla nascita, sulle paure che si legano al ruolo genitoriale. La donna, rappresentata in un ambiente domestico, ma in un contesto fortemente clinico, appare serena, mentre dal suo corpo escono tre creature in forma di serpenti: un bambino, l’unico che si volga a guardarla, e due figure adulte, una donna e un uomo in età avanzata, che sono invece intente a terrorizzare l’uomo che è inginocchiato fra le gambe della protagonista.
Ogni piccolo dettaglio di quest’opera ricca e complessa ci racconta una storia. La scienza che non riesce a tenere il passo con la violenza immediata della vita, la retorica della gioventù e del successo che viene sopraffatta dalla cruda realtà del tempo che passa, la ricerca estetica che si scontra con il nostro essere carne, sangue e caos.
Se la composizione ha un gusto inconfondibilmente nipponico, il tratto riflette una personalità definita, che ha assimilato gli stilemi della cultura pop occidentale per poi rigettarli e guardarli a distanza in modo sano e consapevole. In “Moon Centers”, la componente simbolica e surreale è ancora più presente: il sangue non è neanche più una conseguenza del parto o dell’aborto, è un’entità a sé, un’ondata che travolge e catalizza l’attenzione di un mondo chiuso, alle cui porte si agitano le forze primigenie della natura.

Tirando le somme, abbiamo imparato a riconoscere due fondamentali illusioni del nostro tempo: la persistenza di un concetto univoco di genere, di sessualità o di femminismo e l’imparzialità del recensore.

Mettiamoci comodi e lasciamo entrare il caos.


AUTHOR:

Schermata 2017-01-27 alle 12.50.37Angela Fiore vive a Berlino e lavora da consulente marketing e blogger freelance, ma non ritiene di essere un cervello in fuga. Attualmente contribuisce ai contenuti dei due blog dell’agenzia Smart Eventi e progetta carriere artistiche che poi non intraprende. Risponde con gioia a qualsiasi domanda sul welfare in Germania, ma non sa assolutamente nulla dei club berlinesi più cool e non può aiutarvi a entrare al Berghain.