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Tre motivi per cui Berlino non è il paradiso dei creativi (oppure sì).

Tutti a Berlino stanno scrivendo un libro. Tutti. Con l’eccezione di quelli che hanno creato un collettivo di fotografi e videomaker.
E di quelli che hanno un progetto musicale. Non una band, un progetto musicale. E di quelli che fanno body art.

Se state ad ascoltare Facebook, avrete l’impressione che a Berlino non lavori nessuno.

Sto forse dicendo che i lavori creativi non sono lavori? Naturalmente no, ma l’impressione che si ricava dai social (quando si sta in Italia, ovviamente), è che a Berlino nessuno sia costretto a fare quei lavori sfiancanti e noiosi che il creativo medio italiano deve fare per pagare l’affitto.

La cattiva notizia è che non è vero, la buona notizia è che non è vero.

Il mito di Berlino è cresciuto abbastanza in questi anni da pensare che sia pronto per infrangersi e, come molti professionisti Italiani che si sono trasferiti nella capitale tedesca, non vedo l’ora che questo accada.
Le ragioni sono più semplici di quello che sembra.

Le città vanno (o smettono di andare) di moda come qualsiasi altra cosa.
Negli anni ’90 se non vivevi a Bologna e non facevi almeno Scienze Politiche non eri nessuno, poi c’è stato il periodo di Londra, poi per alcune sottoculture Milano è diventata la capitale, poi è diventato di moda il nord Europa e così via.

La popolarità di Berlino è cresciuta in modo lento e costante dalla fine degli anni ’80, per poi subire una brusca impennata negli ultimi sei o sette anni.

I motivi di questo fenomeno si possono rintracciare in un misto di esasperazione verso la situazione Italiana, dati concreti, leggende metropolitane e sindrome dell’erba del vicino.

Questo non vuole essere il solito articolo controcorrente volto a spiegarvi che non c’è alcuna differenza fra vivere a Berlino e vivere ad Albenga, ma semplicemente un tentativo di smantellare il mito romantico che spinge moltissimi giovani con ambizioni creative a trasferirsi in questa città per poi rimanere amaramente delusi, fino al punto di odiarla.

Io amo moltissimo Berlino, ma non per i motivi per i quali è diventata popolare.
Berlino, pur essendo una capitale multiculturale, è sfacciatamente tedesca e si fa amare per motivi pratici, prosaici e per nulla sentimentali. Sotto ogni falso mito, si nasconde una possibilità, per chi la sa cogliere.

Ecco quindi demolite alcune leggende sulla meravigliosa vita del creativo berlinese, secondo l’esperienza di una creativa Italiana a Berlino con una vita normale.

1. La vita a Berlino non costa niente

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Dipende da cosa si intende per “niente”.

Se si intende dire che il costo medio della vita a Berlino è inferiore a quello che si riscontra a Roma o Milano (per non parlare di Firenze o Venezia), allora certo, la differenza è notevole.

Certamente vivere a Berlino non costa meno che vivere a Campobasso o in provincia di Cuneo.
Il problema del calcolare il “costo della vita” è che ognuno si fa un’idea diversa di cosa inserire in questo paniere, mentre le stime ufficiali utilizzano sempre gli stessi parametri.

Il costo della vita basso non consiste nella possibilità di affittare un appartamento di 100 metri quadri in centro per 450 € e di pagare 1 € per una confezione di quinoa biologica.
Le cose che influiscono sul costo della vita in modo positivo, spesso, sono poco sensazionali e anche leggermente noiose da leggere, ma alla fine dell’anno, quando si tirano le somme, fanno la differenza fra il trovarsi il conto in rosso o potersi permettere una breve vacanza.

Cominciamo dagli affitti: i prezzi si sono alzati, ma soprattutto è aumentato il numero di quelli che speculano su chi è appena arrivato e ha disperatamente bisogno di un posto dove stare.
L’esistenza di una sorta di equo canone, il recente giro di vita sulle speculazioni via Airbnb e le regole rigidissime sulla necessità di avere un contratto in regola per avere la residenza mantengono i prezzi medi artificialmente più bassi di quanto non sia accaduto a città come Londra o Parigi.

Le belle notizie, tuttavia, vengono principalmente dal meraviglioso mondo delle tasse e delle imposte: l’iva è al 19%, cosa che rende la vita molto più facile a chi, come me, ha bisogno di mantenere un buon arsenale di equipaggiamento elettronico per lavorare.
La seconda bella notizia è che, se siete liberi professionisti, vi basterà rivolgervi all’ambasciata e investire una somma davvero modesta in un commercialista bilingue per ritrovarvi con una partita iva aperta e pochissimi costi di gestione. Il minimo contributivo è alto, probabilmente non dovrete pagare l’iva e non dovrete iniziare la vostra carriera versando migliaia di euro per previdenza sociale e studi di settore, né pagare le tasse in anticipo sull’anno a venire, perché, come diceva il mio commercialista di Francoforte che parlava come Ratzinger, “kuesta no è Italia”. E non è poco, fidatevi.

2. A Berlino si può vivere di creatività

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Dipende. Chi può vivere di creatività? Facendo cosa? Dopo tutto anche in Italia qualcuno può vivere di creatività. A voler essere precisi fino alla pedanteria, sarebbe più corretto dire che a Berlino più persone possono vivere grazie ai loro lavori creativi di quanto non accada in Italia.
Ma i copywriter fra voi avranno già notato quanto quest’ultima frase perda di efficacia rispetto al titolo del paragrafo.

La maggior parte dei creativi che si sono trasferiti a Berlino negli ultimi anni per sviluppare i propri progetti hanno – o hanno avuto in una prima fase – anche un altro lavoro. Baristi, camerieri, lavapiatti, operatori di call center Italiani e receptionist di B&B sono i più gettonati.

Questo vuol dire che la storia del vivere di creatività a Berlino è tutta una bufala? Niente affatto, vuol dire semplicemente che non arriverete a Berlino con il portfolio dello IED per ritrovarvi direttori artistici dopo una settimana né che gli eventi del vostro collettivo saranno immediatamente oggetto di interesse da parte di un vasto e facoltoso pubblico internazionale.
Tutti questi risultati richiedono una quantità di lavoro colossale in un ambiente in cui la concorrenza è spietata, perché la città è invasa di diplomati in discipline creative e ci sono più collettivi di artisti che idraulici.

La buona notizia è che il costo della vita di cui abbiamo già parlato vi permetterà di mantenervi avendo ancora abbastanza tempo ed energie per dedicarvi al vostro progetto e farlo crescere, per acquisire clienti per la vostra attività da freelance, per farvi conoscere nel vostro ambiente di riferimento.

A Berlino vivere solo di creatività è possibile. Per niente facile, ma possibile.

3. L’ambiente dei creativi a Berlino è molto più stimolante

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Anche qui il problema è mettersi d’accordo sulla definizione.
Non c’è dubbio che esistano realtà creative a Berlino che sono splendide, uniche, stimolanti, perfino rivoluzionarie. Per arrivarci, tuttavia, dovrete farvi strada in una vera e propria cortina di fumo privo di arrosto.

Per ogni vero creativo che ha lavorato instancabilmente sul proprio progetto fino a farlo diventare davvero interessante, ce ne sono almeno cinquanta la cui creatività si esprime essendo presenti a tutti gli eventi più hip della città e raccontando a chiunque li stia a sentire che il loro progetto è stato notato da una lista improbabile di celebrità di prima grandezza e aggiungendo sottobanco che hanno una lista speciale al Berghain.

Io qualche volta ho anche provato a tracciare questi progetti e a capire come potessero sostenere economicamente i propri creatori, ma mi sono trovata intrappolata nella famosa scena di Nanni Moretti sul “vedo gente, faccio cose”.
In questi casi, di solito, l’interlocutore è abbastanza agiato da potersi permettere di non lavorare, oppure fa un lavoro “normale” per mantenersi e, in entrambi i casi, se ne vergogna. E sbaglia, perché non ne avrebbe alcun motivo. Anche in questo caso, quindi, senza un po’ di fatica non otterrete niente.

Il mio consiglio è quello di guardare con diffidenza l’autopromozione in discoteca e tenere gli occhi aperti sui piccoli laboratori quando camminate per strada di giorno, di attaccare bottone col vicino in uno dei tanti caffé con wi-fi libera o di tenere d’occhio le nuove startup tecnologiche, che non fanno mai molto rumore fino a quando non lanciano un’app assolutamente sensazionale.

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Conclusioni

L’atteggiamento di moltissimi Italiani con aspirazioni creative nei confronti di Berlino è leggermente immaturo. Folgorati da una visita di una settimana, si comportano come il bambino che, avendo ricevuto un regalo dallo zio che vede una volta l’anno, ne ha fatto il suo zio preferito. Salvo poi scoprire che, se ci si passa una settimana insieme, lo zio ha altro da fare e non distribuisce regali su richiesta e di conseguenza è “cattivo”.

Berlino non è né buona né cattiva e soprattutto non è vostro zio.

Berlino è ragionevole. L’intraprendenza e la capacità di organizzarsi sono qualità che pagano e che vi permetteranno di perseguire le vostre aspirazioni creative senza sotterfugi, senza dover vivere come studenti fino a 45 anni e senza avere un capitale di partenza di cui disporre, ma niente di tutto questo sarà facile né veloce.

Ma, soprattutto, quando vi presenterete dicendo che fate il designer, il musicista, lo scrittore, il blogger, il fotografo o il pittore, nessuno vi risponderà con la terribile domanda “sì, ma di lavoro?”

 

All Photos © 2013-2017 Martin U Waltz

 


AUTHOR:

Schermata 2017-01-27 alle 12.50.37Angela Fiore vive a Berlino e lavora da consulente marketing e blogger freelance, ma non ritiene di essere un cervello in fuga. Attualmente contribuisce ai contenuti dei due blog dell’agenzia Smart Eventi e progetta carriere artistiche che poi non intraprende. Risponde con gioia a qualsiasi domanda sul welfare in Germania, ma non sa assolutamente nulla dei club berlinesi più cool e non può aiutarvi a entrare al Berghain.