Intervista a Rachele Zinzocchi
Conosco Rachele virtualmente da diverso tempo, seguo la sua attività sul web e sui socials: la ritengo un’ottima fonte di approvvigionamento di news, e spesso vado a vedere gli aggiornamenti dei suoi Status.
Mi sono finalmente deciso a chiamarla, e farmi dire cosa lei pensi della rete: una bella intervista, un “Manifesto sul Web 2.0″ a testimonianza ulteriore che in rete come dice lei, si possono trovare persone dal patrimonio personale immenso, che sanno regalarci momenti di condivisione veramente unici.
Rachele Zinzocchi - Consulente «LUISS Guido Carli» area attività web e editoriali, Collaboratrice de «Il Tempo», consulente alla Camera dei Deputati per il Comitato per la Legislazione, «Social Media Manager R&D».
“Social network, new media, web 2.0? Un settore di cui, fino a un paio d’anni fa, non mi occupavo. Lo usavo per lavoro, certo. E anche bene. Ma non era la mia passione. Poi, in un afoso pomeriggio di fine luglio 2008, cedo all’invito di una cara amica americana, che da tempo insisteva affinché entrassi in Facebook, per vedere le foto dei suoi nipotini. Da allora mi si è aperto un mondo. Anzi, «il» mondo. Perché, per capire l’oggi, è proprio dalla Rete, dal web, da network e social network che occorre ripartire. «Facebook, ergo sum», come già scrissi pochi mesi dopo. O meglio, come direi oggi, «Social, ergo sum».
Viviamo nell’epoca della «knowledge economy», l’economia della conoscenza – un sistema che crea valore a partire dall’uomo, dalle «risorse umane», dal «capitale umano», col loro patrimonio di conoscenza, know how e creatività. Patrimonio che però oggi come mai, in una vera «svolta», si moltiplica esponenzialmente in quanto condiviso nelle infinite connessioni dei network: ogni rete cui possiamo dar vita – gruppi, riunioni, associazioni – ma soprattutto come web, social network. Da tale condivisione, dalla moltiplicazione di conoscenza che ne consegue, ognuno può e deve ripartire per farsi ricchezza autentica: risorsa sociale, economica e solidale.
Così, in questa nuova «economia collegata» – una «sharing linked economy», come amo dire – ove la ricchezza sta proprio nella condivisione, social media e Internet sono lo strumento ideale per cambiare il mondo. Pensiamo alle informazioni, le richieste d’auto, i sostegni corsi prima e meglio che altrove proprio sulla Rete, in casi come l’emergenza Abruzzo, le elezioni in Iran, la guerra in Afghanistan, o in Venezuela, dove proprio su Twitter si è creata una «trincea virtuale» contro Chávez, che l’ha definito «un’arma di destabilizzazione interna». Persino due ragazzine australiane intrappolate nelle fogne, come riportò il Corriere della Sera a settembre dello scorso anno, lanciarono l’SOS via Facebook.
Questa è vera e-democracy, la libertà e la democrazia – partecipata e condivisa – che solo il web sa dare, se ben utilizzato. Questa è la «pace» che Internet, soltanto o anzitutto, oggi può portare, come mostrano le migliaia di persone e personalità che hanno aderito all’iniziativa, promossa dal direttore di Wired Italia Riccardo Luna, «Internet For Peace – Nobel Prize 2010 Candidate».
E se mi unisco all’appello «Libera Rete in Libero Stato», contro ogni censura del web, è perché la Rete ha già in sé gli anticorpi per una propria auto-regolamentazione. In quanto «autentica democrazia», non può esistere senza regole: sarebbe anarchia, non democrazia. La Rete è strumento di «dialogo senza frontiere», come è stato scritto: una interconnessione globale fra i propri profili social – Facebook, Twitter, Friendfeed, LinkedIn, YouTube, Google Profile, il nuovo Buzz… Alcuni dei tanti social network in cui ormai felicemente «sono», un universo in cui «esisto» in un unico thread social sempre aggiornato in real time, dove non c’è più semplice interazione 2.0, ma l’altro è qui, siamo noi, 3.0.
Qui si dispiega il flusso dell’arricchimento di sé e del mondo che ci circonda. Qui, anzitutto, si sviluppa la «conoscenza di sé» nella propria forma più autentica, nelle proprie potenzialità inespresse. Per questo, dinanzi a tante accuse per cui i social network alienerebbero dalla realtà, sarebbero realtà virtuale distraente dalla cosiddetta «Real Life», ritengo invece che nella nostra epoca – l’«età della scienza e della tecnica» di heideggeriana memoria – Facebook e i social network siano sì una forma di «oggettivazione», uno strumento in sé potenzialmente non esente da rischi, ma siano la più propria e caratteristica dell’uomo oggi: un «mito», forse talora illusorio come tutti i «miti», ma che meglio di tutto risponde all’antico appello socratico del «Gnòthi sautòn», «Conosci te stesso».
Lungi insomma dall’essere gli «alienanti», i social network sono gli «avvicinanti» per eccellenza. Ci fanno riappropriare di noi stessi, di tutto ciò che chiamiamo reale: le persone in carne ed ossa, le cose. I social media abbattono le barriere. Perciò posso dire: «Sono su Facebook, dunque sono». «Facebook, dunque sono», «Facebook, ergo sum». O meglio, appunto, «Social, ergo sum» – ora che Twitter col suo microblogging sta invadendo anche l’Italia, Friendfeed avanza e il serioso LinkedIn concede di collegarsi a Twitter per gli status update, da cui con gioia ci lasciamo seguire sempre più non solo davanti alla tastiera del computer, ma in mobilità via iPhone, social mobile phone, i-Pad.
«O sei social o non sei». Ed io sono felice di esserlo, ovunque sulla Rete. Con il mio network di decine di migliaia di contatti, ma in realtà indefinito perché sempre espandibile e in espansione. Questo è il domani, che oggi è già qui. Io ci credo. «Ci sono».”
Raffaello Setten | raffaellosetten.wordpress.com
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condivido appieno che la più grande democrazia la troviamo solo nel web,