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La magia del colore blu

Data: 14 dicembre 2009

Del jeans sappiamo tanto. Che il nome jeans deriva probabilmente da Genova, che la tela di Genova era una robusta tela per far vele. Che con questa robusta tela si sono fatti pantaloni da essere indossati sopra altri abiti per lavorare in condizioni difficili come poteva essere in miniera. Che il nome denim con cui però si identifica questa tela viene da Nimes, dove si produceva questa tela. E allora era Genova o Nimes, oppure un paese tra la Liguria ed il Piemonte? Non c’è una risposta chiara, ma sappiamo che all’origine era fustagno, un tessuto che nella forma originale non si trova più, composto di cascami, lana, seta, lino, anche cotone, canapa.

La cosa che però a me appare più bella ed affascinante è la storia del suo colore blu.


indaco


Facciamo un lungo passo indietro. Quando appare in Europa il blu? Il blu appare solo nel XIII secolo. Prima i colori erano ecru, beige, le varie sfumature della terra, bianco, nero ed il rosso della porpora, associato alla nobiltà fin dai tempi antichi.

Il primo documento che attesta il colore blu nel commercio internazionale è del 1248: un passaggio di indaco da Bagdad a Marsiglia via Cipro. In natura infatti esiste un solo azzurro di origine organica che sia veramente solido: l’indaco.

Solo che l’indaco è strano, non esiste tale e quale nelle piante da indaco. La sostanza dell’indaco è incolore. Se combino indaco con glucosio ed ossigeno dell’aria si produce la sostanza colorante propriamente detta. Per tutti, ma proprio tutti gli altri coloranti, si crea un legame chimico tra il colorante e la fibra. Tra il colore rosso della propora e la lana, tra le terra di siena ed il lino, e via dicendo. Ma non così per l’indaco. L’indaco è magia, segreto alchemico.

Se io immergo il tessuto nell’acqua con l’indaco infatti non coloro nulla. Per tingere effettivamente il tessuto o il filo di indaco in maniera solida e duratura, l’indaco va ridotto alla sua forma solubile e incolore con l’aiuto del glucosio, poi il filo va immerso nel liquido incolore e si estrae. Sotto l’effetto dell’ossigeno dell’aria, l’indaco precipita nuovamente nella sua forma colorata all’interno della fibra tessile, che diventa prima gialla, poi verde a vista d’occhio e poi assume un colore via via azzurro più intenso a seconda di quanto indaco c’è nell’acqua. Ammolli successivi producono un azzurro sempre più scuro. La magia dell’indaco è un colore che precipita nel cuore del tessile.

Per questo strati successivi di colore rendono più scuro il tessuto e per questo, lo avrete verificato sui vostri jeans, lavaggi ed abrasioni successivi tirano via strati di colore. Davvero stupendo. E’ come se il tessuto acquistasse una memoria fatti dei vari strati di colore e la memoria si perde nel tempo e nell’uso.

Ma si perde o si accumula la memoria? Un jeans comperato blu scuro, invecchiato naturalmente, portato ed indossato, perde la memoria del colore ed acquista la memoria della vita. La memoria della mia vita. Dello sfregamento delle mie mani, di quello che ha passato con me.

Come dice Ugo Volli, nel più bel libro italiano sul jeans edito da Lupetti, forse esaurito, ma che merita di essere nelle biblioteche, citando Daniel Friedman “il jeans invecchia integrando in sé il cambiamento dell’età, impregnadosi di avventura, della vita di chi lo indossa. Ogni lavaggio è una pagina girata, il tempo vi scrive la sua memoria su uno sfondo sempre più pallido. La decolorazione dovuta al lavaggio traduce l’avvenimento vissuto fino alla saturazione finale”

Merita forse il jeans una migliore dichiarazione d’amore ?

Giovanni Cappellotto

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Ci sono 1 commenti per questo post

  1. Alessandro Del Re says:

    basta cò stì jeans!

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