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Lo dice a Punto Informatico Emanuele Quintarelli, motore di numerose iniziative sul tema: la battuta d’arresto di Netscape è fisiologica, i modelli stanno cambiando, ci vuole creatività per rimanere in piedi, creatività 2.0

Articolo apparso su PuntoInformatico il 20 settembre 2009

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Dal fallimento del tentativo di Netscape di diventare un sito di social news al fin qui mancato decollo dei progetti di Mobile Social Networking di Nokia, l’ascesa dei servizi web 2.0 non va sempre di pari passo con la loro popolarità: colpa di cattive idee o delle dinamiche partecipative che stanno mutando? Punto Informatico ne ha parlato con Emanuele Quintarelli, che si occupa proprio di questo in Reed Business Information e che, attorno a questo, ha
dato vita a conferenze, blog e altro ancora, oltreché aver fondato Netwo, considerato l’hub
per startup italiane in salsa 2.0.

Punto Informatico: Davanti a certi fallimenti di imprese 2.0 qualcuno ha parlato
persino di crisi di un sistema. Siamo davvero a questo punto?

Emanuele Quintarelli: Secondo me no, è qualcosa di molto normale. Il modello prevalente
negli Stati Uniti finora è stato: “Costruisci qualcosa e vendi a qualche grande azienda come
Google o Yahoo!”, ed è chiaro che solo poche aziende possono raggiungere questo tipo di
obiettivo, le altre sono destinate a fallire ad un certo punto o a trovare soluzioni innovative
per reggersi sulle proprie gambe.


PI: Dunque non c’è un modello sostenibile autonomamente?

EQ: Il punto semmai è che i modelli fin qui applicati sono spesso troppo tradizionali, come la
pubblicità, che è adatta solamente per servizi che generano un traffico molto sostenuto.
Esistono modelli di business più efficaci di quello pubblicitario, che è stato il primo e il più
scontato ad essere utilizzato, e di certo non il più efficace. Credo che alla fine chi
sopravviverà avrà interpretato le regole di internet in un modo veramente web 2.0 compliant.

PI: L’esempio di Netscape come lo consideri?EQ: Potrebbe sembrare un po’ presuntuoso dare una risposta, perché il web 2.0 si basa su logiche sociali che regolano le dinamiche di massa e per questo è difficile andare a capire le
motivazioni di un fallimento. Si tratta sempre di un insieme di fattori. Per avere successo,
l’essenziale è cogliere le esigenze degli utenti e poi realizzare un servizio che sia semplice da
usare, immediato e che si differenzi dagli altri.
Riproporre idee già viste semplicemente dando un incentivo economico a chi partecipa di più
forse non è sempre la strada migliore e Netscape è stata sicuramente penalizzata dal
possedere già una solida comunità abituata ad un servizio decisamente più tradizionale.

PI: Invece le community 2.0 solo italiane come per esempio quella di 2Spaghi.it?Pensi ci siano margini di crescita per loro?
EQ: Marco Palazzo, uno dei due fondatori, recentemente mi ha raccontato diversi modelli di
monetizzazione che stanno ideando, e come il servizio continui ad evolversi. Al momento
hanno un database di più di 5100 ristoranti, 2700 utenti registrati e un traffico che continua
a crescere. Il problema però è che per raggiungere una massa critica velocemente serve un
investimento iniziale consistente ed in Italia difficilmente si fanno questo tipo di investimenti.
PI: Non sarà che l’utenza italiana è meno attiva rispetto a quella di altri paesi?
EQ: Non possiamo saperlo con certezza. Io non conosco statistiche affidabili sul settore
italiano, ma in un ambito leggermente diverso come quello del blogging l’italiano è la quarta
lingua, siamo cioè più attivi di molte nazioni con una migliore diffusione di strumenti digitali.
Non credo che la voglia di partecipare sia più bassa, è che siamo di meno.
PI: Ci sono degli esempi che possiamo fare?
EQ: Un esempio molto promettente è Zooppa, azienda italoamericana che fa social
advertising permettendo agli utenti di creare sia il concept che gli spot per promuovere
aziende e prodotti in modo decisamente fresco ed innovativo. Nel loro caso il risultato
sembra essere già arrivato, con una lunga lista di aziende importanti (Rai.tv, Alice, Citroen,
Pago etc) che sponsorizzano i contest.
PI: E i mobile social network? Finora non sembrano riuscire ad ingranare
EQ: Io ci credo. Al web 2.0 expo di San Francisco, Eric Schmidt ha dichiarato che quello che
bisogna aspettarsi per il futuro è una forte espansione sul mobile. Esistono però già ottimi
esempi come Mobango, un mobile social network italiano finanziato da capitali londinesi che
ha circa un milione e ottocentomila utenti. Anche Dada.net vende servizi a valore aggiunto
per i cellulari ed attualmente il numero di utenti gira intorno ai 7 milioni in tutto il mondo.
Quando si diffonderanno piani tariffari flat e tutti i dispositivi saranno dotati di GPS allora si
apriranno delle prospettive finora impensabili.
PI: Però in questo settore persino Nokia sembra non farcela
EQ: Non credo che Nokia abbia fallito. Al contrario l’azienda finlandese si sta muovendo in
modo deciso sulla produzione di contenuti ed esperienze tramite i meccanismi del web 2.0.
Solo in agosto è stato lanciato Mosh, una community per la condivisione di contenuti tramite
cellulare, mentre pochi giorni fa, a Londra, Olli-Pekka Kallasvuo ha presentato la piattaforma
Ovi, un portale che fonde perfettamente i concetti di internet e mobilità consentendo
l’acquisto e la condivisione di contenuti quali mappe, video, foto, giochi solamente grazie al
proprio telefonino.
PI: Eppure sono tutti servizi presenti già da qualche anno, che però non decollano
EQ: Il mobile social networking è un fenomeno freschissimo. Gli operatori e la stessa Nokia
stanno cominciando solo ora a cavalcarlo, quindi è prematuro darlo per morto. In Europa poi
non si è fatto nulla di simile e le prospettive sono ancora molto aperte.

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